I giovani e la precarietà come sistema anche nelle Multinazionali "Philip Morris"
"Philip Morris" Giovani delusi, futuro negato: la precarietà come sistema.
C’è una generazione intera che sta pagando il prezzo più alto di un modello economico ipocrita, miope e profondamente ingiusto.
I giovani di oggi vivono sospesi, intrappolati in una precarietà che non è più un passaggio temporaneo verso la stabilità, ma una condizione strutturale, normalizzata e perfino giustificata.
In questo contesto si inserisce il comportamento di grandi multinazionali, colossi mondiali che fatturano miliardi e che, nonostante utili enormi, continuano a negare ai giovani il diritto fondamentale a un lavoro stabile.
Questo articolo mette in evidenza quanto si verifica alla Philip Morris Manufacturing & Technology Crespellano (Bologna).
È il caso, emblematico è sotto gli occhi di tutti, Philip Morris stabilimento in Emilia Romagna, che da diversi anni ricorre sistematicamente alle agenzie interinali invece di assumere direttamente.
Ragazzi giovani vengono chiamati, formati, impiegati per uno, due anni – a volte anche due anni e mezzo – e poi semplicemente accompagnati alla porta, con un ringraziamento di circostanza e nessuna prospettiva futura.
Dopo mesi o anni di lavoro, impegno, sacrifici e aspettative, per questi giovani non esiste alcuna possibilità di stabilizzazione.
Nessuna continuità. Nessun riconoscimento.
Solo un contratto che finisce e una porta che si chiude.
Il risultato è devastante. Giovani spaesati, umiliati, privati della dignità professionale, costretti a ricominciare da zero, spesso nella stessa città che li ha già messi in ginocchio. A Bologna e provincia, ad esempio, trovare un alloggio è diventato quasi impossibile e, quando lo si trova, gli affitti raggiungono cifre insostenibili.
Come può un giovane progettare una vita con contratti a termine, stipendi incerti e la costante minaccia della disoccupazione?
Queste aziende parlano di "flessibilità", ma la flessibilità è diventata sfruttamento, anche se in questa azienda gli stipendi è i benefit sono dignitosi.
Questi ragazzi, sognano, si illudono, sperano, sono soddisfatti, si impegnano.
Parlano di "competitività", ma le aziende competono sulla pelle dei lavoratori più deboli.
Parlano di "opportunità", ma l’unica vera opportunità è per loro: ridurre costi, evitare tutele, aggirare responsabilità.
Così facendo, non solo si distruggono le ambizioni professionali di migliaia di giovani, ma si mina alla base il tessuto sociale del Paese.
Senza lavoro stabile non si costruisce una famiglia, non si accende un mutuo, non si fanno figli, non si investe nel futuro.
Si sopravvive. Si perde ogni entusiasmo.
È arrivato il momento di dire basta.
Le istituzioni non possono più osservare né rinviare.
Questa condizione non deve continuare, questa condizione deve diventare una priorità politica e sociale, perché dietro ogni contratto che scade senza prospettive non ci sono numeri, ma ci sono persone: giovani costretti a vivere nell’incertezza permanente, privati del diritto di immaginare un domani.
È necessario interrompere subito la spirale degli incentivi al lavoro precario.
Le risorse pubbliche non devono più sostenere modelli occupazionali basati sull’usa e getta.
Gli sgravi fiscali e i benefici economici vadano riconosciuti esclusivamente alle aziende che stabilizzano i lavoratori, che assumono a tempo indeterminato e che dimostrano responsabilità sociale concreta.
Serve un intervento deciso dello Stato: dopo un periodo ragionevole di lavoro continuativo deve scattare l’obbligo di assunzione stabile senza vincoli.
Non è ideologia, è lungimiranza. Perché senza lavoro sicuro non esiste dignità, senza dignità non esiste futuro, e senza futuro un Paese è destinato a spegnersi.
I giovani devono poter tornare a progettare la propria vita, a costruire famiglie, a versare contributi che garantiscano la tenuta del sistema previdenziale e le pensioni di domani.
Continuare a precarizzare significa compromettere non solo il presente, ma anche il futuro collettivo.
Lo Stato ora deve scegliere se continuare a tollerare questo modello o assumersi la responsabilità di cambiarlo. È una scelta che riguarda tutti.
Perché un Paese che nega il futuro ai suoi giovani, sta rinunciando al proprio.
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Commenti
Succede a tanti ragazzi speranzosi in una assunzione a tempo indeterminato e rimangono inevitabilmente delusi.
Il governo deve pensare alla stabilità
Solo se si entra nelle grazie di qualche responsabile, di solito si mandano a casa i primi e si assumono gli altri.