La Famiglia nel Bosco resta divisa.
"Una favola" che diventa un dramma.
Difficile comprendere per quale motivo i bambini della cosiddetta “famiglia nel bosco” non possano rientrare a casa loro.
Si sollevano contestazioni di vario tipo, soprattutto sulla scolarizzazione, sostenendo che i bambini non possiedano le basi minime, in aperta contraddizione con quanto attestato dai documenti ufficiali. Ma, concretamente, quali sarebbero queste gravi carenze?
I bambini risultano certificati da una scuola paritaria? Ecco, forse è da qui che nasce il problema. Perché sappiamo tutti che, in Italia, le scuole paritarie non sono equiparabili alle scuole statali: troppo spesso basta pagare per ottenere una certificazione, persino un diploma di maturità, e in certi casi si arriva addirittura a “negoziare” il voto.
O vogliamo davvero far finta che non sia così?
E allora viene spontanea una domanda: perché si contesta oggi una certificazione rilasciata da istituzioni che lo Stato stesso riconosce? Perché la si ritiene valida finché fa comodo e improvvisamente inattendibile quando non si allinea a una certa narrazione?
C’è poi un’ipocrisia ancora più grande.
Da anni, nel sistema scolastico italiano, soprattutto nella scuola primaria, di fatto non si boccia più. Si va avanti con obiettivi minimi, competenze minime, risultati minimi. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: studenti che arrivano alla scuola secondaria di primo grado, e spesso anche a quella di secondo grado, incapaci di scrivere correttamente il proprio nome e cognome, con gravi difficoltà di lettura e di calcolo. E molti di questi provengono proprio dalle scuole statali.
Di che cosa stiamo parlando, allora?
Si promuovono automaticamente alunni BES e alunni con disabilità, giustamente tutelati, senza mai mettere in discussione il sistema. Poi però si punta il dito contro questi genitori, accusandoli di non aver rispettato gli obblighi scolastici, come se fossero gli unici responsabili di un fallimento che è strutturale.
Questi bambini, intanto, conoscono più lingue, sanno vivere nella natura, hanno competenze pratiche che molti coetanei non possiedono. I genitori hanno insegnato loro il rispetto dell’ambiente, la riduzione degli sprechi, uno stile di vita sostenibile: una casa domotica, fotovoltaico, energie rinnovabili, nessuno spreco d’acqua, niente detersivi e tensioattivi inquinanti.
E allora la domanda finale è inevitabile: stiamo davvero parlando di tutela dei minori o solo di accanimento burocratico e ideologico?
E come se tutto questo non bastasse, ai genitori non è stato nemmeno consentito di trascorrere le festività natalizie con i propri figli. Una famiglia è stata divisa senza che vi sia alcuna accusa di violenza sui minori. Bambini innocenti, costretti a vivere probabilmente il Natale più triste della loro vita, lontani dai propri genitori, senza una colpa, senza una spiegazione che possa davvero giustificare una decisione così dura.
E allora non si può restare indifferenti.
A questa famiglia non si può che augurare di potersi finalmente riunire nel 2026, tornando a vivere insieme, con serenità e dignità, ciò che è stato loro ingiustamente sottratto: l’unità familiare e la felicità.
Auguri di Buon Anno 2026.
3 M.V.
Aggiungi commento
Commenti